Attrezzi di gara
ROMA 1960 MUSEUM > UNIFORMI e ATTREZZI
Alle Olimpiadi di Roma 1960, i blocchi di partenza nell'atletica leggera erano già uno strumento ampiamente consolidato e obbligatorio per tutte le gare di velocità (100m, 200m, 400m e corse a ostacoli). I blocchi utilizzati allo Stadio Olimpico di Roma nel 1960 erano interamente in metallo, pesanti e regolabili manualmente tramite incastri o viti, ben lontani dai modelli leggeri in carbonio e dotati di sensori elettronici anti-falsa partenza odierni. Ai Giochi Olimpici di di Roma vennero utilizzati i blocchi Modello Osbe 60 brevettati dalla Valsport.
Livio Berruti, proprio partendo da quei blocchi nella curva dello Stadio Olimpico, conquistò lo storico oro nei 200 metri piani, eguagliando il record del mondo e interrompendo il dominio statunitense.
At the 1960 Rome Olympics, starting blocks in athletics were already a well-established and mandatory tool for all sprint events (100m, 200m, 400m and steeplechase). The blocks used at the Stadio Olimpico in Rome in 1960 were all metal, heavy and manually adjustable with joints or screws, a far cry from today's lightweight carbon models and equipped with electronic anti-false start sensors. At the Olympic Games in Rome, the Model Osbe 60 blocks patented by Valsport were used.
Livio Berruti, starting from those very blocks in the curve of the Olympic Stadium, won the historic gold in the 200 meters, equaling the world record and breaking the American domination.
Le scarpe usate da Berruti ai Giochi del 1960 ed esposi all'Esposizione del 2010 per il cinquantenario delle Olimpiadi
I blocchi Modello Osbe 60 brevettati dalla Valsport
Calendario da barbiere celebrante i Giochi Olimpici di Roma 1960
Dal Ring al "robivecchi"
Forse sono gli stessi che si abbatterono con generosa ingenuità su quel giovane spaccone di colore: oppure sono serviti a proteggere un viso di ragazzo dal jab di un pescivendolo triestino.
Eccoli, ora, davanti a me, più flosci ed invecchiati di altri loro uguali, dimenticati da chissà quanto tempo sotto una spessa coltre di polvere: li scopro quasi per caso. Il rigattiere, concreto e disincantato mercante, mi aveva giurato di non aver nulla che potesse interessarmi; ma io insistevo, quasi mosso da una forza misteriosa. C’era qualcuno che chiedeva pressantemente di essere riportato sulla ribalta della cronaca sportiva, e io, obbedendo alle regole del collezionismo, dovevo secondare il suo richiamo.
Sapevo che avrei trovato qualcosa, e sentivo che una memoria troppo affollata e frettolosa li aveva destinati a quel cimitero di polvere e di anni. Ne sono passati tanti: il giovane spaccone di colore è ormai un tremito: una irrigidita e crudele parodia di quella danza spavalda e perfetta che mille volte ha ballato sui rings. Il pescivendolo triestino, invece, allunga mani stanche e pietose verso un mondo disperato.
Andando avanti nella bottega, attraversando lunghi corridoi di cose appartenute e perse: di cose senza altro valore che non fosse storia di uomini. Il rigattiere sembrava dispiaciuto: “torni un’altra volta, se mi capita qualcosa che abbia a che fare con le Olimpiadi gliela metto da parte...”. Ma c’era ancora un corridoio da percorrere e scrutare; e c’erano un paio di guantoni da BOXER da disseppellire e restituire al flash di una macchina fotografica. Come allora, come in quella fiera di illusioni e leggende che chiamano Olimpiade. Li raccolsi, e vidi, sui polsini dei due guantoni, la targhetta in raso bianco su cui campeggia la lupa capitolina e sotto di essa i cerchi olimpici. Non c’era alcun dubbio: si trattava dei guantoni di uno dei pugili che hanno partecipato ai Giochi Olimpici di Roma del 1960. Chi di quei 100 ragazzi li ha indossati? Quale mascella cercarono in quell’estate di emozioni? Chi è quel ragazzo che li tolse piangendo, di commozione o di rabbia, sotto le luci del ring e dei flash?
Comunque sia andata, chiunque li abbia indossati, quei guantoni raccontano una storia sportiva straordinaria, quella che ha come protagonisti la più intelligente generazione di pugili, quella che vide incoronare campioni olimpici come Cassius Clay e Nino Benvenuti.
Eccoli, ora, davanti a me, più flosci ed invecchiati di altri loro uguali, dimenticati da chissà quanto tempo sotto una spessa coltre di polvere: li scopro quasi per caso. Il rigattiere, concreto e disincantato mercante, mi aveva giurato di non aver nulla che potesse interessarmi; ma io insistevo, quasi mosso da una forza misteriosa. C’era qualcuno che chiedeva pressantemente di essere riportato sulla ribalta della cronaca sportiva, e io, obbedendo alle regole del collezionismo, dovevo secondare il suo richiamo.
Sapevo che avrei trovato qualcosa, e sentivo che una memoria troppo affollata e frettolosa li aveva destinati a quel cimitero di polvere e di anni. Ne sono passati tanti: il giovane spaccone di colore è ormai un tremito: una irrigidita e crudele parodia di quella danza spavalda e perfetta che mille volte ha ballato sui rings. Il pescivendolo triestino, invece, allunga mani stanche e pietose verso un mondo disperato.
Andando avanti nella bottega, attraversando lunghi corridoi di cose appartenute e perse: di cose senza altro valore che non fosse storia di uomini. Il rigattiere sembrava dispiaciuto: “torni un’altra volta, se mi capita qualcosa che abbia a che fare con le Olimpiadi gliela metto da parte...”. Ma c’era ancora un corridoio da percorrere e scrutare; e c’erano un paio di guantoni da BOXER da disseppellire e restituire al flash di una macchina fotografica. Come allora, come in quella fiera di illusioni e leggende che chiamano Olimpiade. Li raccolsi, e vidi, sui polsini dei due guantoni, la targhetta in raso bianco su cui campeggia la lupa capitolina e sotto di essa i cerchi olimpici. Non c’era alcun dubbio: si trattava dei guantoni di uno dei pugili che hanno partecipato ai Giochi Olimpici di Roma del 1960. Chi di quei 100 ragazzi li ha indossati? Quale mascella cercarono in quell’estate di emozioni? Chi è quel ragazzo che li tolse piangendo, di commozione o di rabbia, sotto le luci del ring e dei flash?
Comunque sia andata, chiunque li abbia indossati, quei guantoni raccontano una storia sportiva straordinaria, quella che ha come protagonisti la più intelligente generazione di pugili, quella che vide incoronare campioni olimpici come Cassius Clay e Nino Benvenuti.
Il Tandem di Bianchetto e Beghetto esposo all'Esposizione del Foro Italico in occasione del cinquantenario dei Giochi Olimpici di Roma 1960
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